Il VEDERE E IL GUARDARE

 

 

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La ricchezza o la povertà  della vita interiore  di una persona si riflette nella gamma di sensazioni visibili negli occhi. ”Guardate negli occhi di un uomo: lì , egli non può nascondersi; ogni volta che  guardi negli occhi una persona stai osservando da vicino il suo corpo e la sua mente”.(Confucio) .

Perché  gli occhi, più di ogni altro lineamento del viso , rivelano tante cose su di una persona?

Più del 70 % dei recettori del corpo umano sono contenuti negli occhi, sono gli organi sensoriali nettamente più importanti di tutto il corpo.

Gli occhi in realtà rappresentano un estensione del cervello, in quanto sono un prolungamento della materia cerebrale, è praticamente  la sola parte del cervello che è alla superficie e in contatto con l’esterno. Quando entriamo in contatto con qualcuno con gli occhi, noi interferiamo direttamente con il suo cervello.

Quando gli occhi di due persone si incontrano c’è fra di esse una sensazione di contatto fisico.La qualità del contatto dipende dallo sguardo dei due occhi. Esso può essere duro, tenero, può essere penetrante , sfuggente ecc. Guardare dentro una persona presuppone una componente “aggressiva” che può essere descritta come “penetrare dentro”. Il contatto è una funzione del guardare.

Il verbo guardare, di origine medioevale, significa “stare in guardia”, per cui è implicito nel concetto del guardare un’ aspettativa minacciosa che implica un preconcetto cioè un’idea che influenza la visione.

Vedere include la radice ” veda ” dal sanscrito: “io so”. Vedere è sapere. Se vedo non c’è illusione. Vedo dunque so, ma guardo per confrontare le mie aspettative preconcette  con la realtà.

Per cui la nostra visione del mondo ciò che pensiamo, sappiamo, e ci aspettiamo dal mondo ha una relazione diretta con lo stato di salute degli occhi e della qualità della visione.

Il vedere  è un processo più passivo in cui si lascia che gli stimoli visivi entrino nell’occhio e diano solo origine ad una immagine. Solo nell’atto del guardare però una persona esprime se stessa attraverso gli occhi. Il contatto con gli occhi è una delle forme più forti e più intime di contatto fra due persone; coinvolge i sentimenti a un livello più profondo che quello verbale. E’ quasi un toccarsi. Infatti il guardare troppo a lungo qualcuno diventa , maleducato, indelicato. Esiste un limite: se si guarda  una persona per più di un certo tempo, 3 secondi circa, non si sta guardando ma si sta fissando ,il che è quasi una offesa, un’intrusione.

Il prototipo del contatto oculare è quello fra la madre ed il figlio.

Normalmente dove c’è un buon contatto con la madre, gli occhi rimangono vivi, aperti, vivaci, curiosi, con uno sguardo serio ma fiducioso. Sviluppano la visione binoculare necessaria a mantenere un buon contatto con l’ambiente. L’eccitazione proveniente dagli occhi è sentita direttamente come un brivido piacevole, attraverso gli occhi l’ambiente diventa  un’estensione dell’individuo.

Il piacere del contatto con gli occhi può essere disturbato da esperienze traumatiche legate  allo sguardo duro, penetrante e pieno d’odio di una madre che respinge. Anche madri  apparentemente adeguate all’holding, possono non essere in empatia, in quanto non hanno contatto con gli occhi.

E.Baker ( 1967) postula l’esistenza di una quarta zona esogena:la zona oculare di importanza cruciale per la psicologia evolutiva. Il periodo oculare e quello orale sono contemporanei,risalendo entrambi ai primi mesi di vita,comunque la zona oculare è ritenuta a volte più importante della zona orale per il benessere emotivo. Delle caratteristiche orali ,l’attività visiva ne condivide il concetto  di ricevere impressioni, di incorporazione ,di appropriazione”quello che vedo è mio” l’ho visto prima io”,tutto quello che vedo   per primo mi appartiene posso incorporalo come mio”:base del sentimento di invidia/avidità;l’altra caratteristica orale è distribuire espressioni,(guardare) la repulsione,il buttare fuori,espellere,sputare,allontanare:lo sguardo come rifiuto,odio/critica/invidia (guardare in modo malevolo) distruttiva.

La qualità della visione determina il tipo di percezione che noi abbiamo e questa a sua volta,influisce sulla natura dello sguardo. Se guardiamo una persona in modo chiaro e aperto,senza preconcetti,la nostra percezione è nitida.Al contrario una persona che stringe gli occhi e guarda il mondo con sospetto avrà uno stile di percezione sospettoso.

Lo sguardo come esperienza di confine:essere pervaso o disperdersi.

La scoptofilia,vale a dire la sessualizzazione delle sensazioni visive è analogo all’erotismo tattile.. Le caratteristiche del piacere visivo passano attraverso il sentirsi come,oppurel’identificazione con,oppure il fare proprio,incorporare il percepito,il quale può  modificare lo stato dell’Io in base alla qualità del percepito.Inoltre impulsi sadici possono essere associati alla scoptofilia:voglio vedere qualche cosa per poterla distruggere,spesso il guardare è pensato inconsciamente come un sostituto del distruggere(“non l’ho distrutto l’ho semplicemente guardato” oppure attraverso l’occhio vi  passa la fantasia di incorporare l’oggetto visto..

 

Attraverso i suoi occhi si può osservare la natura del loro contatto con il  mondo.

 

Occhi come contatto:

Sentimenti espressi dagli occhi,che sono anche blocchi oculari.

Attrazione:Ti prego amami

Desiderio:desidero amarti

Vigilanza:che cosa stai facendo? controllo

Sfiducia:non posso aprirmi a te

Erotismo : sono eccitato da te

Odio:Ti detesto,stammi lontano

Confusione:non capisco

Distanza:non ti vedo

Invidia:vorrei  tutto per me,perché io no ?

Vergogna:non voglio farmi guardare

Paura: Non farmi male;cosa sta succedendo.

 

Il nostro sistema percettivo organizza spesso delle variazioni continue dello stimolo fisico in un sistema di categorie discreto.  Intuitivamente, l’organizzazione della nostra esperienza visiva in categorie è funzionale alla comunicazione linguistica che per sua natura è sequenziale e dispone di un numero limitato di termini. A causa del fatto che comunichiamo linguisticamente le nostre esperienze visive può insinuarsi in noi una consuetudine ingiustificata ad accettare di aver visto (a prestare attenzione o a ricordare) solo gli oggetti a cui sappiamo dare un nome (che sappiamo inserire in una categoria per cui esiste un nome nella nostra lingua).

 

 

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Per renderci conto della possibile confusione tra vedere e nominare eseguiamo il seguente esperimento teorico immaginato da Vittorio Benussi (1878-1927) a cui prendono parte due soggetti, A e B.  A deve descrivere ciò che vede nella figura in alto. B deve disegnare ciò che viene descritto da A senza poter vedere il disegno originale.

A probabilmente dirà qualcosa come: “Vedo un pinocchio stilizzato che corre”. In conformità a queste indicazioni B potrà disegnare con una buon’approssimazione ciò che A sta vedendo.

Se ora diamo ad A il compito di descrivere la figura in basso, è molto improbabile che il disegno eseguito da B sarà soddisfacente. In che cosa differiscono le due situazioni? Le due figure sono composte esattamente dagli gli stessi elementi! Tuttavia, nel primo caso, abbiamo di fronte un oggetto che sappiamo categorizzare semanticamente (a cui sappiamo dare un nome) mentre, nel secondo caso, ci troviamo di fronte ad un oggetto sconosciuto, irregolare, senza significato, perciò difficile da descrivere. Eppure, dal punto di vista dell’esperienza percettiva non c’è differenza tra i due casi. Il fatto che l’insieme disordinato di elementi geometrici della figura in basso non abbia un nome, sia indefinito semanticamente, non abbia un significato, non gli impedisce di essere quello che è, e cioè un insieme di elementi figurali organizzati secondo determinati rapporti spaziali e cromatici.

 

 

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